Quando va in scena una maschera già fatta: il REVIVAL – Appunti per una storia della maschera

(Di Massimo Genchi) – È successo tante volte che, per le esigenze più varie, un gruppo di satira abbia imbastito un copione, attingendo al proprio repertorio e recuperando pezzi più o meno vecchi, fra i migliori o i più attuali. Succedeva in occasione di una prima serata del veglione, quando si presentavano tre maschere diverse, una per ciascuna serata, e si era a corto di materiali ma accadeva anche in occasione di serate speciali, al di fuori del carnevale in senso stretto. Col revival si sono misurati i migliori gruppi: dai Figli di nessuno, al Gruppo Poeta, dal Gruppo 2001 ai Niputi dâ zza Cicca.
I risultati, però, sono stati sempre così-così. Tiepidi, per usare un termine termologico, sei più per sintetizzarlo con un voto. Nenti di la quali, insomma. Nel senso che riascoltare quei pezzi belli prodotti un po’ di tempo prima, fa piacere, senza dubbio fa sorridere, ma certamente non è come quando li ascoltasti la prima volta, con il fatto rappresentato accaduto fresco fresco, e ti accadde di sbellicarti dalle risa. Che la satira funziona solo se opera nel sincronico, cioè mentre i fatti accadono, è un fatto assodato e riguarda tutte le sue forme: dalle vignette, agli scritti, agli spettacoli. Un pezzo di satira, in altri termini, è come se morisse nello stesso momento in cui nasce, in cui lo si rappresenta. Personalmente, sono sempre stato convinto di ciò e per ciò i revival non mi sono mai andati a genio.
Un paio di sere fa, giovedì grasso, però, ho assistito alla rappresentazione che il gruppo i Quattr’â maiddra ha messo in scena per festeggiare i venti anni di attività. Un revival che, a differenza dei soliti amarcord, ha abbracciato un arco temporale lunghissimo, di venti anni appunto, cosa assai insolita e anche pericolosa, proprio per la vita breve che hanno i pezzi di satira. Invece è venuto fuori uno spettacolo assolutamente riuscito.
Intanto dirò che il termine spettacolo, adoperato da Michele Crivello, conduttore della serata e padre putativo del gruppo, è appropriato e condivisibile dato che una rappresentazione così articolata, nei tempi, nella loro ripartizione, nelle scene, nell’intrattenimento, nei fuori programma, difficilmente può essere considerata alla stregua di una maschera che nasce, invece, come uno striminzito sketch di un quarto d’ora. I Quattr’â maiddra, addirittura, hanno inserito due intervalli, senza che ciò abbia inficiato l’unitarietà della rappresentazione e neppure determinato cadute di interesse da parte del pubblico. Ciò perché quando il succo del discorso sul palco piace non ci sono distrattori che tengano.
I Quattr’â maiddra, nel nucleo originario, sono un gruppo di amici d’infanzia: Gabriele, Roberto e Vincenzo, per influssi vari, appassionati della maschera che, venti anni fa, hanno voluto provare a divertirsi, riuscendoci. Al loro interno non ci sono né stucchevoli art director né sedicenti registi né fumo e neanche tric-trac, che poi è il segreto per avere una buona riuscita. Anche l’inserimento successivo di Vincenzo Rosario Ippolito non ha stravolto la fisionomia delle loro maschere, dal momento che le parti e le battute risultano abbastanza equidistribuite fra tutti.

Lo spettacolo di giovedì dei Quattr’â maiddra è stato ben strutturato, anche opportunamente rivisitato nei pezzi originali e riarrangiato in qualche parte. A parte il cabaret, ben rimato e recitato dai Quattru e le canzoni, dai motivi non scontati che la buona esecuzione da parte di Mirko, Antonio, Mario e Leonardo, ha permesso di assaporare, penso si possa concordare sul fatto che a rendere il revival così gradevole e ricco di fragorose risate siano stati gli sketch.
A parte quello riguardante me, costruito su una serie di colpi di scena ben congegnati, compreso il colpo di scena finale, che non c’è stato e che in molti si aspettavano, gli altri sketch, tutti ugualmente comici e assai riusciti, hanno messo in risalto concezioni e aspetti diversi della comicità.

Così, se quello dei due turisti veneti, rappresenta la comicità poco carnevalesca, non immediata, per contro, nella pastosa voce dell’arrapato che al telefono cerca di imbarcare la conturbante brasiliana, artefice del subbuglio creato casi-casi e nell’immaginario erotico di mezzo paese, c’è tutta la comicità non solo della nostra maschera ma di certa commedia all’italiana. Per rendersene conto, si provi a immaginare Giancarlo Giannini che recita quella stessa parte. Non di minore impatto comico risulta l’uscita dall’arancia brasiliana, del neanche tanto oscuro oggetto brasileiro del desideiro, interpretato in maniera impareggiabile da Rosario Very well.


Ma è nello sketch dei Forti che si raggiunge il massimo della comicità. Infatti, se è vero, che durante l’esecuzione della canzone nessuno ha ascoltato una sola parola, è anche vero che si potevano eliminare anche le parti parlate, essendo tutto il senso di quello sketch racchiuso nell’espressione serafica, paciosa e imperturbabile del piccolo Vincenzo Piro negli incredibili panni del paffuto bimbo raffigurato nel logo del biscottificio Forti. Esilarante!



È questa una forma di comicità non nuova, presente nelle maschere tradizionali, a partire dagli anni Quaranta, allorquando si cominciarono a portare sul palco personaggi che riuscivano a fare strafottere dalle risate, semplicemente grazie alla loro presenza, al particolare portamento, senza aprire bocca o spiccicando solo qualche parola. Ricorderò qui Vincenzino Viglianti, Vincenzo lo sceriffo, Vincenzino Obbole, Vincenzino Russo. Non saprei dire se è un caso che tutti avessero lo stesso nome.


Infine, ma non per minore importanza, lo sketch a sorpresa offerto da due mascarate – Ina e Rosaria – che, fra il secondo e il terzo tempo, sono piombate in sala schiamazzando alla maniera tradizionale dei mascarati, ncuitannu chiunque incontrassero. E in effetti si sono divertite a punzecchiare qua e là ma anche a cantare una innocente canzone destinata, quest’anno, a diventare un hit. E poco importa che il destinatario abbia mostrato di non gradire. Ma lo spettacolo è andato avanti lo stesso, anzi meglio, gustoso e frizzante, fino alla fine e alla chiusura del sipario non pochi spettatori avrebbero voluto che continuasse ancora un po’. Ma era giunto il momento dei ringraziamenti e poi quello delle meritate congratulazioni nel retroplaco per la bella impresa dei vent’anni e della bellissima rappresentazione.